Luigi Loreti · Musica

Chitarra · Canto · Studio · Insegnamento

Dalle canzoni a Bach,
con una chitarra

De André, Guccini e i Beatles, le ore di esercizio e il desiderio di suonare la Ciaccona: la storia di uno strumento entrato nella mia vita per accompagnare una voce.

Le tappe del racconto
  1. Le canzoni che mi fecero comprare una chitarra
  2. Ascolta De André — Bocca di rosa
  3. Ascolta Guccini — Incontro
  4. Sagreras, il maestro e il lavoro delle mani
  5. Fernando Sor — Spartiti e ascolti
  6. Buttarmi dentro, completamente
  7. La Ciaccona come orizzonte
  8. Da allievo a insegnante
  9. De André, Guccini e una canzone poco adatta alle Orsoline
  10. Ascolta Guccini — L’avvelenata
  11. I Beatles e le canzoni alle quali torno
  12. Le dita si fermano, l’ascolto continua

Le canzoni che mi fecero comprare una chitarra

La chitarra nacque dal desiderio di cantare. La scoperta di De André e Guccini, insieme alla passione per i Beatles, mi fece venire voglia di non essere più soltanto un ascoltatore.

A Nocera Umbra, dove andavo in vacanza d’estate, un amico mi fece conoscere le canzoni di Fabrizio De André. La canzone di Marinella, La guerra di Piero e, poi, Bocca di rosa entrarono nel mio mondo: canzoni dolci, tristi, umane. Me ne innamorai e volli assolutamente conoscerle e suonarle.

Colloco l’inizio di questo percorso intorno al 1966, quando ero uscito dal seminario e frequentavo l’istituto tecnico. Gli ascolti si aggiunsero nel tempo: non tutto accadde nella stessa estate. Comprai una chitarra e cominciai a imparare.

Sagreras, il maestro e il lavoro delle mani

Cominciai con il metodo di Sagreras per chitarra classica. Mi aiutavo anche con i dischi, cercando nell’ascolto un riferimento per ciò che provavo a fare sullo strumento.

Poi andai a lezione da un professore del quale purtroppo non ricordo il nome. Mi insegnò la postura, la tecnica del tocco appoggiato e l’uso delle unghie della mano destra. Lavorammo sulla lettura musicale, che già conoscevo, ma che ora dovevo portare sulla chitarra.

Vennero i primi esercizi, gli studi di Fernando Sor e i primi pezzi di Bach, tra cui la Bourrée. La voglia di accompagnare una canzone mi aveva portato dentro uno studio molto più ampio.

Buttarmi dentro, completamente

Mi ci buttai completamente, come facevo spesso quando incontravo qualcosa di nuovo. Riconosco di avere avuto questa capacità: quando volevo affrontare un problema o imparare una materia, lasciavo da parte il resto e mi immergevo nello studio.

Con la chitarra accadde proprio così. Passavo ore, giorni e settimane a suonare ed esercitarmi. Dopo circa un anno me la cavavo già piuttosto bene: almeno, questo è il ricordo che ho di quel periodo.

Dai primi passi con Giochi proibiti arrivai alle fughe di Bach e agli studi di Villa-Lobos. Non era una corsa per accumulare brani: volevo riuscire a suonarli, capire come stavano insieme e ritrovare sotto le dita ciò che ascoltavo.

La curiosità mi faceva cominciare. Ma erano le ore di esercizio a trasformare quel desiderio in qualcosa che riuscivo davvero a fare.

La Ciaccona come orizzonte

Il mio punto d’arrivo ideale era riuscire a suonare la Ciaccona di Bach. Non posso dire di averla affrontata per intero: arrivai a suonarne almeno le prime quattro pagine.

Per me significò molto. Quella musica era stata un orizzonte lontano e, attraverso lo studio, una parte diventava finalmente accessibile anche alle mie mani.

La Ciaccona continua ad avere un posto particolare nel mio ascolto. Le ho dedicato una pagina autonoma, perché il rapporto con quella composizione non si esaurisce nel tentativo di suonarla.

Bach, Segovia e la Ciaccona →

Da allievo a insegnante

A un certo punto qualcuno, sentendomi suonare, mi chiese se potessi dare lezioni private. Accettai. Da lì arrivai anche a insegnare nel liceo linguistico delle suore Orsoline a Roma.

Le lezioni mi permettevano, a mia volta, di pagarne altre e di continuare a studiare. Insegnare e imparare non erano due fasi separate: si sostenevano a vicenda.

Come ho raccontato altrove, fra le mie allieve ricordo Ornella Corsi, che avrebbe continuato il proprio percorso di chitarrista. In quella scuola avrei insegnato anche Fisica e Matematica.

Non insegnavo perché pensassi di avere finito di imparare. Insegnavo mentre continuavo a imparare.

La famiglia, il lavoro e l’insegnamento →

De André, Guccini e una canzone poco adatta alle Orsoline

Lo studio classico non aveva cancellato il primo desiderio: cantare e suonare De André e Guccini. Quelle parole continuavano a parlarmi, accanto alla musica di Bach e agli esercizi di tecnica.

Più avanti, proprio alle Orsoline, mi capitò di cantare e suonare L’avvelenata di Guccini alle ragazze. La madre superiora non gradì affatto e mi riprese duramente. Come conseguenza, mi impose di suonare durante la messa del mattino.

La cosa aveva una certa ironia: il mio allontanamento dalla fede e l’avvicinamento al marxismo erano ormai parte del mio percorso personale, e mi ritrovavo di nuovo a fare musica durante la messa.

Ingoiai, e per un po’ continuai. Poi smisi e me ne andai. Anche questo episodio appartiene all’intreccio fra musica, insegnamento e ricerca della mia strada.

I dubbi sulla fede e il mio percorso personale →

I Beatles e le canzoni alle quali torno

E poi c’erano i Beatles, dei quali andavo pazzo. Se penso alla musica che mi ha formato, non posso lasciarli fuori: per me sono rimasti un punto di riferimento.

Con gli anni non ho ritrovato nei cantanti più giovani la stessa bellezza di parole e musica che sentivo in De André e Guccini. E, per un certo modo di ascoltare le canzoni, mi sono fermato ai Beatles. Quando dico «dopo, il nulla», esprimo il mio gusto, non un verdetto su tutta la musica venuta dopo.

Forse c’entra anche la vita che quelle musiche hanno accompagnato. Non ascolto soltanto una canzone: ritrovo il periodo in cui l’ho conosciuta, le persone con cui l’ho condivisa e il desiderio che mi aveva fatto prendere in mano una chitarra.

Le dita si fermano, l’ascolto continua

Da qualche anno non suono più. Le dita sono stanche, ma continuo ad ascoltare i grandi pezzi di chitarra e le canzoni di De André e Guccini.

La musica non è uscita dalla mia vita perché ho smesso di esercitarmi. È cambiato il modo in cui mi accompagna: meno attraverso le mani, ancora attraverso l’ascolto e la memoria.

Non voglio trasformare il ricordo in una gara fra generazioni. Queste sono le musiche che hanno trovato casa dentro di me. Possono non essere le stesse di chi è arrivato dopo, ma il valore che hanno avuto nella mia vita non dipende da una classifica.

La chitarra era nata per dare voce a canzoni che amavo. Poi mi aveva insegnato pazienza, disciplina e il piacere di trasmettere qualcosa. Anche adesso che non la suono più, quel percorso non è finito: è diventato parte di ciò che sono.

I ricordi sono organizzati per tappe, non tutti nello stesso anno: Bocca di rosa appartiene a Volume 1 del 1967, mentre L’avvelenata uscì in Via Paolo Fabbri 43 nel 1976. Riferimenti: Fondazione Fabrizio De André e discografia ufficiale di Francesco Guccini.