Le tappe del racconto
- Una casa piena di letture e di ascolti
- Dare un nome alle musiche del collegio
- Il Largo di Händel: il ricordo e l’ascolto
- Una collezione costruita in edicola
- La musica che rimane dentro
- Chi può rubare una sinfonia?
- Il possesso dell’oggetto, la libertà dell’ascolto
- In evidenza — Vedere la musica, sentire un dipinto
Una casa piena di letture e di ascolti
La musica classica e sinfonica entrò nella mia vita anche attraverso la stessa casa dove avevo trovato il disco di Ezio Pinza. Quel disco, tra l’altro, è ancora in mio possesso.
Mia madre lavorava lì. Il proprietario, un avvocato, era abbonato a Selezione dal Reader’s Digest. Ammetto che quelle riviste me le leggevo tutte. In casa c’erano anche le collezioni di dischi di musica classica e sinfonica vendute attraverso la rivista.
Quando, durante le vacanze, tornavo dal collegio e dormivo in quella casa, ascoltavo quei dischi ripetutamente. Era un’occasione preziosa: avevo a disposizione tanta musica e potevo tornarci sopra, riconoscere un passaggio, aspettarne un altro, ritrovare una melodia.
Dare un nome alle musiche del collegio
Fu anche così che scoprii i titoli di alcune musiche ascoltate al Borgo Ragazzi Don Bosco. Prima mi erano rimaste dentro come suoni; adesso potevo collegarle a un compositore, a una sinfonia, a un’opera.
Ascoltai le sinfonie di Mozart, soprattutto le ultime tre; le nove sinfonie di Beethoven e i suoi cinque concerti per pianoforte; l’Incompiuta di Schubert; le sonate e i Concerti brandeburghesi di Bach; Haydn e le sue sinfonie.
Riconobbi anche il Largo di Händel. Al Borgo lo eseguivano sempre durante la messa, ma io non sapevo che musica fosse.
Lo chiedevo al catechista — per la cronaca, allora era don Buazzelli, fratello del più famoso attore Tino Buazzelli — e lui mi rispondeva sempre: «Cercalo e lo scoprirai…». Mah.
Poi lo scoprii davvero, proprio in quella casa, ascoltando i dischi: finalmente potevo dare un nome a quella musica che conoscevo già così bene.
E poi c’erano Rimskij-Korsakov, il mondo delle Mille e una notte, Čajkovskij e tante altre musiche che avrei continuato a cercare.
Non era un catalogo da completare. Era un mondo che si allargava: una musica ne richiamava un’altra, e ciò che avevo ascoltato senza conoscerne il titolo trovava finalmente un posto nella mia memoria.
Una collezione costruita in edicola
Più avanti, quando diventai più grande e uscii dal collegio, cominciai a costruire una mia collezione di dischi.
I dischi della Deutsche Grammophon che vedevo da Ricordi costavano molto, per le mie possibilità. Mi rivolgevo allora alle raccolte economiche vendute settimanalmente in edicola. Non potevo acquistare tutto quello che avrei voluto, ma quelle edizioni mi permettevano di continuare ad ascoltare e conoscere.
Non erano soltanto acquisti: erano possibilità di accesso. Un disco economico poteva aprirmi la porta a un’intera sinfonia, a un autore, a un modo nuovo di ascoltare.
Forse anche da lì viene la mia convinzione che la cultura debba essere raggiungibile, e non restare un privilegio legato alle possibilità economiche.
La musica che rimane dentro
Ho sempre detto che la musica, a un certo punto, la senti dentro. Anche se un’esecuzione non è delle migliori, può bastare un richiamo per ritrovarla e riascoltarla nella mente.
Non significa che le interpretazioni siano tutte uguali o che il lavoro di un musicista non conti. Io stesso, studiando e suonando, ho imparato quanto possa cambiare una frase musicale. Ma quando una composizione è entrata nella memoria, ciò che ascolto può richiamare anche tutto quello che già conosco.
Il disco si ferma, ma la musica non finisce necessariamente con il suo ultimo solco. Può continuare nella memoria, accompagnarmi, tornare attraverso poche note.
Il disco posso possederlo. La musica, invece, posso portarla con me e condividerla senza perderla.
Chi può rubare una sinfonia?
Da questi ascolti arrivai a una convinzione: la musica era di tutti. Nessuno, nel senso che intendo io, poteva chiudere nel proprio possesso la Nona di Beethoven o le fughe di Bach.
Pensavo al modo in cui si parla di un quadro d’autore. A un dipinto di Van Gogh viene associato un valore monetario e, quando viene rubata un’opera, si sente subito parlare del suo prezzo. Dell’opera sembra talvolta restare in primo piano il valore economico dell’oggetto.
Ma chi può rubare la Terza sinfonia di Beethoven? Chi può sottrarre a tutti le Variazioni Goldberg di Bach? Si può portare via un disco, non quello che quella musica ha già fatto nascere nella memoria di chi l’ha ascoltata.
Ecco tornare il mio spirito proletario: mi interessava un’arte che non si esaurisse nell’avere, ma potesse vivere nell’ascoltare, nell’imparare e nel trasmettere.
Il possesso dell’oggetto, la libertà dell’ascolto
Naturalmente il paragone non è assoluto. Anche un quadro può parlare a chi non lo possiede: il suo significato non appartiene soltanto al proprietario. E anche la musica ha bisogno di oggetti, strumenti, persone e lavoro per arrivare fino a noi.
Quando dico che la musica è di tutti, non intendo cancellare il lavoro dei compositori, degli interpreti e di chi rende possibile l’ascolto. Sto parlando del suo valore come patrimonio culturale, non dicendo che ogni registrazione o ogni uso sia privo di diritti.
La differenza che mi colpiva era questa: possedere il supporto non significa possedere l’esperienza musicale degli altri. Il valore di una composizione non si esaurisce nel prezzo del disco sul quale è incisa.
E una musica condivisa non diventa più piccola. Se qualcuno la ascolta, la impara o la suona, non me ne sottrae una parte. Aggiunge un’altra vita alla sua storia.
È lo stesso pensiero che ho ritrovato nello studio e nell’insegnamento: ciò che trasmetti non smetti di saperlo. Per me, la musica è di tutti soprattutto in questo senso: una possibilità di incontro, non un bene da tenere lontano dagli altri.
Un’intuizione che mi accompagna da sempre
Vedere la musica.
Sentire un dipinto.
È un pensiero che ho sempre avuto e che ora, riscrivendo queste pagine del blog, mi è tornato in mente con forza. Fra i ricordi degli ascolti riaffiora una domanda che tiene insieme la musica, la visione e il mio modo di pensare da fisico.
Parallelizzare la musica.
Serializzare la visione di un quadro.
Le musiche dalle quali nasce la domanda
Ci sarebbe ancora molto da dire sulla musica e sui musicisti, e molto è già stato detto. Altri lo hanno fatto meglio di me e, certamente, con maggiore competenza. Io posso soltanto tornare alle musiche che mi sono rimaste dentro.
Potrei partire da Händel e dal suo Messia, passare a Haydn e alle sue sinfonie: nella n. 101, detta L’orologio, il secondo movimento fa sentire il tic-tac di una pendola. Poi Mozart, con il famosissimo inizio della Sinfonia n. 40. E Beethoven, dove non so che cosa scegliere, perché trovo tutto estremamente bello: il secondo movimento della Settima sinfonia, però, per me è qualcosa di impareggiabile.
E ancora Schubert, i suoi Lieder e il secondo movimento dell’Incompiuta; Brahms con la Quarta sinfonia; i russi, con il secondo movimento della Patetica di Čajkovskij e lo splendido canto del violino nella Šeherazade di Rimskij-Korsakov, che mi riporta alle Mille e una notte. Fino alla Seconda di Mahler. Ma potrei restare qui a scrivere per una giornata intera.
La Nona di Beethoven, tutta insieme
Vorrei allora provare a dire una cosa da fisico: mi piacerebbe parallelizzare la musica e serializzare la visione di un quadro.
Davanti alla Notte stellata di Van Gogh posso abbracciare con lo sguardo l’insieme del dipinto, per poi tornare sui particolari. Una sinfonia, invece, mi arriva nel tempo: devo attraversarla, una battuta dopo l’altra, e tenere nella memoria quello che ho già ascoltato.
Il mio sogno sarebbe poter «vedere» la Nona di Beethoven tutta insieme: il primo movimento, il secondo, il terzo e il finale con l’Inno alla gioia, presenti in parallelo, come le parti di un quadro. Non semplicemente sovrapporre tutti i suoni, ma riuscire a cogliere insieme la struttura, i richiami e le relazioni dell’opera.
Van Gogh, una pennellata dopo l’altra
E, al contrario, vorrei poter attraversare un dipinto nel tempo: vedere e sentire, passo dopo passo, ogni pennellata di Van Gogh, come se il quadro potesse raccontarsi con la durata e il ritmo di una musica.
Il filo che porta al calcolo ottico parallelo
Se posso dire una cosa strana, anche questo desiderio mi ha portato verso il calcolo ottico parallelo: cercare un modo diverso di rappresentare e mettere in relazione le informazioni, passando fra ciò che si svolge in successione e ciò che può essere colto insieme.
Non presento qui una soluzione tecnica: ritrovo un’intuizione personale, un sogno che ha accompagnato il mio modo di ascoltare, di guardare e di fare ricerca.
Il sogno di «vedere» la musica e «sentire» un dipinto.
Chissà se sarà possibile.