I primi ricordi
Sono nato in un brefotrofio. Dei miei primi tre anni ricordo molto poco. Le prime immagini che conservo sono quelle del collegio delle Suore di San Giuseppe a Villa Luisa, a Nerola.
Era il 1952. Eravamo tanti bambini: orfani, bambini poveri, figli di genitori non indicati nei documenti — quelli che allora venivano chiamati “figli di N.N.”. Eravamo anche noi parte di ciò che la guerra appena trascorsa aveva lasciato dietro di sé.
Di quel periodo ricordo soprattutto tre suore: suor Innocenza Rinaldi, suor Serafina e suor Concettina, che fu la mia maestra all’asilo e poi alle elementari. Ero molto vivace e curioso. Ai loro occhi ero “indisciplinato”, e così mi ritrovavo spesso in castigo.
Le domeniche in cui non ero in fila
Il ricordo più doloroso è quello delle domeniche in cui venivano persone a vedere i bambini, con la possibilità di adottarli. Gli altri venivano messi in fila. Io no.
Non capivo perché. Con il pensiero di un bambino cercavo una spiegazione, e la trovavo in me stesso: pensavo di essere brutto e cattivo.
Solo più tardi seppi che c’era un accordo tra mia madre e la superiora: non dovevo essere dato in adozione. Ma allora non lo sapevo. Vedevo soltanto che gli altri erano in fila e io ne restavo fuori.
Prima Grigioli, poi Loreti
A quel tempo mia madre naturale non mi aveva ancora riconosciuto. Portavo un cognome che mi era stato assegnato dal brefotrofio: mi chiamavo Luigi Grigioli.
A quattordici anni mia madre mi riconobbe e il mio cognome cambiò: divenni Luigi Loreti, prendendo il suo.
Un anno avanti
La curiosità e la vivacità, però, erano sempre con me. Per farmi stare buono, quando avevo quattro anni la maestra mi mise nella classe di prima elementare come osservatore.
Il risultato fu che, a quattro anni, sapevo già leggere e scrivere. Quell’inizio precoce mi lasciò un vantaggio nel percorso scolastico: mi trovavo sempre un anno avanti.
1954 · La scoperta del televisore
Del 1954 conservo il ricordo di una visita di Aldo Moro al collegio. Ricordo che regalò un televisore.
Per me fu una scoperta enorme. Quell’oggetto mi affascinò e cambiò la mia vita. La curiosità che fino ad allora mi aveva fatto passare per indisciplinato trovava qualcosa di nuovo su cui concentrarsi. Ma prima di arrivare a progettare sistemi televisivi sarei passato attraverso altri collegi, altre scuole e una lunga ricerca della mia strada.
Roma · I Salesiani e la tipografia
Alla fine delle elementari mi mandarono al Borgo Ragazzi Don Bosco, il collegio dei Salesiani in via Prenestina, a Roma. Mi iscrissero all’avviamento professionale, un percorso scolastico che allora esisteva, e imparai il mestiere di tipografo.
Quell’esperienza mi rimase impressa molto più di quanto potessi immaginare. Quando, anni dopo, progettai sistemi di scrittura e titolatrici televisive, conoscevo già i caratteri e le loro forme: una conoscenza nata tra composizione e stampa trovava un’altra applicazione sullo schermo.
Lo ammetto: ero molto bravo. Alla fine di quei tre anni, nel periodo in cui mia madre mi riconobbe e cambiai cognome, don Biavatu, al Borgo Ragazzi Don Bosco, parlò con lei. Riteneva che avessi capacità che meritavano di essere coltivate e che dovessi continuare a studiare. La strada che indicò era il seminario.
Il seminario, i Gesuiti e ciò che resta
Per proseguire gli studi dovevo però superare un esame integrativo: l’avviamento professionale non mi dava direttamente accesso al percorso successivo. Lo sostenni per ottenere l’equivalenza con la scuola media e mi iscrissero al collegio San Vincenzo dei Benedettini Silvestrini, a Bassano di Sutri, oggi Bassano Romano.
Anche lì ero troppo vivace e, ancora una volta, “indisciplinato”. Dopo un anno mi mandarono dai Gesuiti. Non racconterò qui ogni passaggio, ma anche in quell’ambiente mi dissero che non avevo la vocazione.
Dai Gesuiti, però, ricevetti anche un insegnamento che non ho dimenticato. Un padre mi ripeteva sempre:
«Ciò che sai non te lo leva nessuno; ciò che hai te lo possono levare tutti».
C’era una biblioteca dalla quale potevamo prendere libri, ma ricordo una regola particolare: un libro si poteva prendere una volta sola. Se lo avevo già letto, non me lo davano più.
Cominciai allora a cercare di imparare a memoria ciò che leggevo, nei limiti del possibile. Non potevo conservare il libro, ma potevo provare a conservare dentro di me quello che conteneva. Così allenai la memoria, e ancora oggi ricordo molti di quei testi.
Lo stesso padre gesuita insisteva anche sull’importanza di ricordare ciò che avevo imparato. Per spiegarmelo mi citava Dante, con le parole che Beatrice rivolge al poeta nel Paradiso:
«Apri la mente a quel ch’io ti paleso
e fermalvi entro; ché non fa scïenza,
sanza lo ritenere, avere inteso.»Dante Alighieri, Paradiso, V, 40–42.
Non bastava avere capito una cosa: bisognava anche conservarla nella memoria, farla diventare parte di sé. Era un altro modo di esprimere quell’insegnamento sul valore di ciò che sappiamo, rispetto a ciò che possediamo.
Quella citazione mi rimase così impressa che, molti anni dopo, la usavo come firma nei miei interventi su Usenet, quando scrivevo con il nickname Forex. Un insegnamento ricevuto in collegio continuava così ad accompagnarmi anche nelle discussioni in rete.
Fu un grande insegnamento. I miei dubbi sulla fede e il successivo allontanamento dalla religione non cancellano ciò che ho imparato da quelle persone. Quella frase sul sapere è rimasta con me.
«Padre, io non riesco ad avere fede»
A proposito del mio passaggio all’ateismo, devo fermarmi su un episodio del seminario. Già allora facevo domande alle quali non riuscivo a trovare una risposta che mi convincesse.
«Padre, io non riesco ad avere fede», dicevo. E lui rispondeva: «Per avere fede bisogna credere».
Tornavo da lui e provavo a spiegarmi meglio: «Padre, io non riesco a credere a tutte quelle storie scritte nel Vangelo e nella Bibbia». La risposta era: «Per credere bisogna avere fede».
E il giorno dopo ricominciavo: «Padre, io non ho fede…».
Per me era una tautologia: per avere fede dovevo credere, ma per credere dovevo avere fede. Continuavo a fare la stessa domanda perché quelle risposte non risolvevano il mio dubbio. Il padre, invece, si arrabbiava sempre di più. Alla fine mi costrinse a lasciare il seminario.
Questo, per inciso, è un passaggio importante della mia storia: il problema della fede non nacque dalle letture di Marx, Engels o Feuerbach. Era già dentro di me. L’incontro con il marxismo venne dopo, e si inserì in una ricerca che avevo cominciato molto prima.
L’elettronica e un grande insegnante
Cambiai quindi scuola. Un altro esame integrativo mi permise di entrare all’istituto tecnico Edison e poi al Fermi di Roma.
Al Fermi ricordo il professor Drusian, che mi insegnò prima elettrotecnica e poi elettronica. Fu lui a farmi capire le matrici e come usarle per risolvere i sistemi di equazioni dei circuiti, insieme ai metodi di Thévenin. Ancora oggi lo ricordo con ammirazione: un grande insegnante.
L’elettronica era la mia passione. Senza falsa modestia, ero tra i migliori: dopo il diploma fui subito chiamato da Ericsson. Mi bastarono due giorni per capire che quella, però, non era la mia strada.
Volevo continuare a studiare. Mi iscrissi a Fisica e contemporaneamente vinsi un concorso come tecnico elettronico all’Istituto di Chimica, proprio di fronte a Fisica. Per me era una pacchia: lavoro e studio nello stesso ambiente universitario.
1967/68 · Fisica, i maestri e gli amici
Mi iscrissi a Fisica nel 1967, nell’anno accademico 1967/68. Ho avuto la fortuna di avere professori come Salvini, Amaldi, Chiarotti, Touschek, Cabibbo, Serra, Pallottino e Cini, oltre a tanti altri che ora non riesco a ricordare. Ricevetti una formazione scientifica di grande livello.
Per me il valore di quella formazione non stava soltanto nelle nozioni. Stava nell’imparare ad affrontare un problema, a cercare una spiegazione e a non accontentarsi di una risposta soltanto perché qualcuno la pronunciava con autorità.
Anche tra gli studenti del mio corso e di quelli vicini c’erano persone che avrebbero fatto molta strada. Ricordo Giorgio Parisi, che sarebbe poi diventato premio Nobel, e Silvano Petrarca, con cui studiavamo e suonavamo anche la chitarra classica.
C’erano Ivan Davoli, che sarebbe diventato professore a Tor Vergata, e Paolo Ginobbi, con cui in seguito avrei progettato sistemi video.
Una fucina di idee
La mia formazione culturale era stata quasi interamente cattolica. All’università trovai un mondo molto diverso, attraversato da assemblee, occupazioni e discussioni.
Non ero ancora politicamente impegnato e mi sentivo quasi agnostico. Durante un’assemblea conobbi Ivan Davoli, che sarebbe rimasto mio amico fino a oggi. Fu lui ad avvicinarmi al marxismo e al comunismo, invitandomi a leggere e a studiare filosofia ed economia.
Cominciai a leggere Marx, Engels e Feuerbach: autori che, nell’ambiente da cui provenivo, mi erano sembrati quasi proibiti. Mi misi a studiare.
Era una fucina in piena attività. Lo studio si intrecciava con le amicizie, la musica e il clima del Sessantotto: assemblee, esami, occupazioni, confronti che non finivano con la chiusura di una lezione.
Molti anni dopo provammo a ritrovare quel mondo anche attraverso un sito, «I fisici del ’68». Per un periodo tornammo a incontrarci e a rivederci: persone che avevano condiviso non soltanto le aule, ma una parte importante della propria formazione e della propria vita.
Dal Vangelo alle domande sull’uguaglianza
Il Vangelo lo conoscevo molto bene. Nel mio percorso di lettura trovai punti di incontro tra quel messaggio e le idee di uguaglianza che incontravo nel marxismo.
Sto semplificando: il travaglio fu lungo e complesso. Non fu un passaggio immediato, né una formula capace di risolvere tutte le contraddizioni. Fu il mio modo di rimettere in discussione ciò che avevo imparato e cercare una posizione personale.
La tappa successiva fu l’ateismo e l’adesione al comunismo: un percorso forse comune a molti, in quegli anni, ma che per me passava attraverso una storia molto particolare.
Conoscenza e libertà
Studiando Fisica, il mio avvicinamento al materialismo prese una forma più consapevole. Non si trattava soltanto di non riuscire a credere: cercavo un modo diverso di comprendere il mondo, attraverso lo studio, le domande e il confronto con ciò che si può osservare e verificare.
Cominciai a vedere il problema della religione soprattutto nel suo rapporto con l’ignoranza e con il potere. Ciò che contestavo era la pretesa di dare risposte definitive e di chiedere obbedienza proprio dove io sentivo il bisogno di continuare a domandare. Ai miei occhi, mantenere le persone nell’ignoranza significava anche mantenerle dipendenti: da un’autorità, da una promessa, da qualcuno che dicesse loro che cosa pensare.
Nel comunismo mi attirava soprattutto l’idea dell’uguaglianza tra le persone. E per me l’uguaglianza non poteva essere separata dalla possibilità di studiare, conoscere e capire. La cultura e il sapere non dovevano essere privilegi di pochi, ma strumenti a disposizione di tutti.
La conoscenza, per come la vedevo e continuo a vederla, è una condizione della libertà. Non sapere può spingere a cercare protezione in qualcuno che decida al nostro posto; conoscere ci dà più strumenti per scegliere, per dubitare e anche per opporci.
Sto semplificando un percorso che fu lungo e complesso. Non voglio dire che ogni credente sia ignorante, né che chi studia scienza sia automaticamente libero da pregiudizi. La mia critica riguarda la religione quando diventa un sistema che scoraggia le domande e trasforma il dubbio in una colpa.
Non volevo più affidare le mie domande a un’autorità che mi chiedesse soltanto di credere. Volevo poter cercare, capire e, quando necessario, cambiare idea. Era questo che trovavo nella scienza: non la promessa di sapere tutto, ma la libertà di non smettere di domandare.
Il rifiuto della violenza
In quel periodo assistetti anche alla morte di un ragazzo che cadde dall’ultimo piano della facoltà di Giurisprudenza. È uno dei ricordi di quegli anni che porto con me.
Le mie posizioni erano lontane dalla destra, ma non scelsi mai la violenza. Per me l’impegno e il confronto non dovevano trasformarsi in quello.
1975–1976 · La laurea, la famiglia e l’insegnamento
Mi laureai nel 1975. Nel frattempo mi ero sposato — o meglio, come dicevo allora, mi ero “dovuto sposare” — ed era nata mia figlia Francesca. Ogni tanto la portavo con me all’università.
Nel 1976 nacque anche mio figlio Alessio. Ha seguito le mie orme, ma non quelle della Fisica: quelle della vela, un’altra grande passione della mia vita.
La mia vita non era fatta soltanto di studio e discussioni: c’erano una famiglia e il lavoro. Durante le occupazioni non riuscivo a svolgere regolarmente la mia attività all’Istituto di Chimica. Cominciai così a insegnare chitarra privatamente e poi in un liceo linguistico delle suore Orsoline, a Roma.
Di quel periodo ricordo una bravissima allieva, Ornella Corsi, che poi ha continuato la propria carriera di chitarrista.
In quella scuola continuai poi insegnando anche Fisica e Matematica. L’insegnamento era una passione che avevo sempre avuto, e lì trovava uno spazio concreto.
Dopo la laurea diventai tecnico laureato e cominciai a svolgere anche attività didattica all’università. Intanto continuavo a coltivare i progetti per le televisioni private.
Dopo Fisica, gli studi di Matematica
Dopo la laurea in Fisica del 1975, continuando a lavorare all’università, mi iscrissi anche a Matematica. Con il riconoscimento degli studi già compiuti in Fisica, nel mio percorso restavano da sostenere quattro esami, oltre alla tesi.
Scelsi logica matematica; linguaggi e programmazione, con assembler e Fortran; analisi funzionale; teorie relativistiche, con tutto il calcolo tensoriale.
A Matematica c’era anche un nuovo calcolatore UNIVAC: ricordo il modello 1108, o qualcosa di simile. Non sono più certo della sigla, ma ricordo bene l’interesse per la programmazione e per le possibilità che quei sistemi aprivano.
Sostenni i quattro esami e avevo anche la tesi pronta. Ma nel 1977 lasciai l’università e non arrivai a discuterla: ero ormai troppo preso dall’elettronica e dai progetti che volevo realizzare. Non conseguii quindi la laurea in Matematica.
Quegli studi, però, non andarono perduti. Furono fondamentali nel mio percorso successivo: approfondii la logica matematica e l’algebra booleana, il calcolo in spazi a più dimensioni e la programmazione in assembler.
Ancora una volta, ciò che avevo imparato rimaneva con me, anche se la mia strada prendeva una direzione diversa.
Il sapere da trasmettere
Insegnare teneva insieme aspetti della mia vita che potevano sembrare lontani: la musica, l’elettronica, la Fisica. In tutti c’era il piacere di capire qualcosa e di aiutare un’altra persona a comprenderla.
Era anche il lato concreto delle mie convinzioni sul valore sociale della conoscenza. Il sapere non doveva restare un patrimonio da custodire per sé: aveva senso anche nel momento in cui diventava accessibile a qualcun altro.
Per me, mettere più persone nella condizione di comprendere significa dare loro più possibilità di partecipare e di scegliere. È anche una questione politica: l’avanzamento delle persone e quello della società non possono essere separati.
1977 · La rottura e una nuova strada
Rimasi all’università fino al 1977. L’episodio che segnò la mia decisione fu la manifestazione alla Sapienza con Luciano Lama e la sua cacciata dall’università da parte del movimento studentesco.
Per me fu una rottura profonda. Sentii crollare il riferimento politico che avevo trovato nel PCI e, insieme, la prospettiva della mia carriera universitaria. Non era soltanto una discussione sulle posizioni da prendere: riguardava il posto che pensavo di avere in quel mondo.
Decisi allora di chiamare Enrico Artioli, proprietario di TVR a Roma, e di propormi come progettista di sistemi video. L’elettronica e la televisione, che avevo continuato a coltivare accanto al lavoro universitario, diventavano la possibilità di costruire un’altra strada.
TVR · Gli incontri e il video digitale
Alla TVR trovai un mondo nuovo, che però conoscevo già in parte: quello delle televisioni private. Accanto a Enrico Artioli ci fu anche Attilio Mangione. In quel contesto conobbi inoltre persone della RAI come Leuti, Pace e Floreal, e Lionetti, capo del laboratorio P1 della RAI: persone dalle quali imparai molto.
Progettai subito una nuova titolatrice e cominciai a interessarmi al video digitale. Artioli mi mandò a Palo Alto, in California, alla CVS, Consolidated Video Systems. Dovevo imparare, capire come funzionavano quei sistemi e lavorare alla progettazione di un nuovo TBC, un correttore della base dei tempi.
Il modello che ricordo come TC 503 era già disponibile, ma era troppo costoso e limitato rispetto a ciò che cercavamo. Il problema su cui lavoravamo era sincronizzare il segnale dei videoregistratori con quello dello studio televisivo.
Quell’esperienza mi sarebbe tornata utile in Italia quando, per Ghiringhelli, progettai un sistema per sincronizzare il video dei personal computer.
Palo Alto · Un’idea per il TBC 517
A Palo Alto imparai moltissimo. Ma ricordo anche di aver portato un’idea importante alla società, che poi la brevettò.
Uno dei problemi era la conversione del video in forma digitale: il convertitore analogico-digitale della TRW che si pensava di usare era troppo costoso. La soluzione che proposi utilizzava invece convertitori a quattro bit, molto più economici.
Semplificando, si effettuava una prima conversione a quattro bit, si riconvertiva il risultato in analogico e si convertiva poi, con un altro convertitore a quattro bit, la differenza rispetto al segnale originale. Era il modo che avevo trovato per affrontare il problema senza ricorrere al componente più costoso.
Da quel lavoro nacque il TBC 517: due unità rack, un costo contenuto e un grande successo per la TVR. Ricordo la presentazione a Las Vegas come un momento di enorme soddisfazione.
Un’immagine che si poteva ridurre
A Las Vegas vidi per la prima volta lo SqueezeZoom, un sistema basato su memorie di quadro che permetteva di ridurre le immagini. Mi sembrò bellissimo.
Decisi che avrei voluto progettarne uno anch’io. Ancora una volta, vedere qualcosa che funzionava non chiudeva la mia curiosità: mi faceva venire voglia di capire come fosse costruito e di provare a realizzarlo.
Altri incontri, fino alla Tecnosystem
La storia, però, era ancora lunga. Lasciai la TVR e andai a lavorare con Helmut Lechner. Lì conobbi un’altra persona eccezionale, Carmelo Catalano, che poi fondò la CVE.
Ma non mi bastava. Il passaggio successivo arrivò attraverso un episodio curioso e mi portò alla Tecnosystem di Roma.
Un giorno mi chiamò il tecnico che realizzava i master dei miei circuiti stampati: c’era un problema con una titolatrice. Avevano copiato un mio progetto, ma non riuscivano a farlo funzionare. Così tornarono a chiedere aiuto proprio a me.
La cosa mi divertì: avevano copiato il progetto, ma alla fine avevano ancora bisogno del progettista. Decisi di aiutarli a farlo funzionare. Era coerente con il mio modo di intendere la condivisione della conoscenza, quello che oggi chiamerei uno spirito di open science.
Alla Tecnosystem ricordo anche Alberto Biscarini, il factotum della società. Da quell’episodio della titolatrice cominciò una collaborazione che prosegue nel racconto dedicato al video.
Le idee che volevo realizzare
In quel periodo, mentre lavoravo ai progetti video, rifiutai anche di andare a lavorare per Berlusconi. Ripensandoci oggi, mi viene da sorridere: se avessi accettato, forse ora sarei deputato o senatore! Naturalmente è una battuta su come sarebbe potuta andare la mia vita.
Allora cercava i migliori cervelli, ma io avevo già altre idee in testa e volevo realizzarle. La mia strada era quella della progettazione: avevo ancora troppe cose da inventare e costruire per rinunciarvi.
Le televisioni private, viste dall’interno
Negli anni della TVR e in quelli successivi conobbi tanti proprietari di televisioni private: Del Piano di GBR, Balini, Claudio e Federico Costantino di ReteCapri, Niki Grauso di Videolina e molti altri. Tra le televisioni del Sud incontrai anche personaggi che, ancora oggi, definirei “improponibili”. Era un mondo molto vario, nel quale convivevano capacità imprenditoriali, improvvisazione e modi di lavorare diversissimi.
Ma il mio interesse principale era la televisione come hardware: i circuiti, i segnali, le memorie, la sincronizzazione, le macchine che rendevano possibile un’immagine sullo schermo.
Il “software”, come dicevo io, era un di cui. Quello che mi appassionava era capire come funzionasse una cosa, come migliorarla e come realizzarne una nuova. Non cercavo un posto davanti alla telecamera: volevo costruire ciò che permetteva alla televisione di funzionare.
Imparare ad ascoltare, condividere ciò che si sa
Se ho imparato tanto, è anche perché ho saputo ascoltare. Cercavo di capire, facevo domande, osservavo come gli altri affrontavano i problemi. In un certo senso, “succhiavo” il sapere, anche quando qualcuno avrebbe preferito tenerlo per sé, come una prerogativa del proprio ruolo o uno strumento di potere.
Io ho sempre cercato di comportarmi diversamente. Ho risposto alle domande e non ho mai cercato di nascondere ciò che sapevo. Per me spiegare non significava perdere qualcosa, ma permettere a qualcun altro di fare un passo avanti.
Anche per questo molti hanno copiato i miei progetti o ripreso le mie idee. Ma, guardandomi indietro, sono contento di aver condiviso. Oggi ci sono tante persone che considero miei allievi, che si ricordano di me e continuano a cercarmi. È una delle soddisfazioni più belle.
Qualcuno mi chiama “genio”. Io non mi considero un genio: sono una persona che ha imparato alcune cose e che cerca ancora di capire. Ho avuto curiosità, ho ascoltato e ho cercato di mettere insieme quello che apprendevo.
È questo il senso che do alla conoscenza: non qualcosa da custodire per sentirsi superiori, ma qualcosa da far circolare. Credo che, se fossimo tutti più disposti ad ascoltare, a domandare e a condividere ciò che sappiamo, il mondo sarebbe migliore.
La mia strada, da qui in avanti
Mi fermo qui con questa parte della storia. Ero partito dai dubbi sulla religione e dall’avvicinamento al comunismo; nel mezzo ci sono stati lo studio, le occupazioni, gli insegnanti, gli amici, la musica, la chitarra, il matrimonio e i miei figli, Francesca e Alessio.
Non sono stati percorsi separati. Tutto questo ha contribuito al mio modo di lavorare, di insegnare e di cercare soluzioni.
Da qui comincia la mia vita indipendente di progettista: il videowall e poi tante altre cose belle. La televisione che mi aveva affascinato da bambino era diventata un campo nel quale potevo inventare, costruire e mettere alla prova le mie idee.
Il racconto continua nella pagina dedicata al video.