Luigi Loreti · Musica

Opera lirica · Ascolto · Memoria

Le opere che porto con me

Dai dischi economici ascoltati senza sosta alle scene che riaffiorano nella vita quotidiana: la lirica come memoria, compagnia e bellezza del canto.

Le tappe del racconto
  1. Da un disco a un mondo intero
  2. Mozart — Ezio Pinza e la Regina della Notte
  3. Una sorpresa condivisa con Alice
  4. Una ventina di opere, battuta per battuta
  5. «Ciò che sai non te lo leva nessuno»
  6. Quando la vita quotidiana risponde cantando
  7. La musica ridotta a uno slogan
  8. La bellezza, oltre una classifica
  9. Il colloquio alla FATME-Ericsson
  10. Una compagnia che non si consuma

Da un disco a un mondo intero

Come ho raccontato nella pagina dedicata ai miei primi ascolti, fu Non più andrai, dalle Nozze di Figaro di Mozart, ad aprirmi la porta dell’opera lirica. Lo ascoltavo sul disco di Ezio Pinza trovato nella casa dove lavorava mia madre: quel disco lo conservo ancora.

Con lo stesso spirito con cui avevo cominciato a cercare la musica sinfonica, iniziai a comprare le edizioni economiche delle opere. Le ascoltavo continuamente. Non erano dischi da mettere sullo scaffale dopo un ascolto: tornavo sulle stesse scene, sugli stessi passaggi, finché mi diventavano familiari.

Il disco di Ezio Pinza e i primi ascolti →

Via Bettolo e la scoperta di Cavalleria rusticana

Un ricordo fondamentale del mio incontro con la musica risale a quando, dopo il collegio, abitavo da solo a Roma, in via Bettolo, nel quartiere Trionfale.

Mi ero fatto amico il giornalaio che aveva l’edicola lì all’angolo. Mi riservava tutte le uscite dei dischi di musica classica e delle opere liriche: erano appuntamenti che aspettavo e che alimentavano la mia voglia di conoscere e di ascoltare.

Un altro amico era un parrucchiere appassionato d’opera lirica. Un giorno mi disse che, per lui, una delle scene più belle in assoluto era «Mamma, quel vino è generoso», dalla Cavalleria rusticana di Pietro Mascagni. Me la fece ascoltare e mi innamorai subito di quell’opera, che poi imparai a conoscere a memoria.

Ancora oggi la potenza della sua musica orchestrale mi sembra qualcosa di meraviglioso. Ripensandoci, ritrovo anche quelle persone e quel periodo della mia vita: il giornalaio, il parrucchiere e le scoperte musicali che accompagnavano i miei primi anni da solo.

L’ascolto legato al ricordo

Mascagni — «Mamma, quel vino è generoso»

Riascolto questa scena che mi fece innamorare di Cavalleria rusticana. La registrazione proposta qui è una versione per ritrovare quella musica, non l’incisione ascoltata allora.

Luciano Pavarotti, concerto di Llangollen del 1995. BBC Philharmonic, direzione di Leone Magiera. Video dal canale YouTube di Luciano Pavarotti.

Un ascolto orchestrale dall’opera

Mascagni — Intermezzo da Cavalleria rusticana

Accanto alla scena cantata, una pagina orchestrale per continuare l’ascolto di Cavalleria rusticana.

Orquesta Reino de Aragón, direzione di Ricardo Casero. Video dal canale HALIDONMUSIC.

Mozart — La voce, la scena e i ricordi

Due ascolti, due ricordi: «Non più andrai» nella voce di Ezio Pinza e la Regina della Notte dal Flauto magico.

Dal disco all’ascolto

Ezio Pinza — La voce ritrovata

Le fotografie del disco che ho conservato restano nella pagina dedicata alla musica classica. Qui l’ascolto permette di ritrovare la voce di Ezio Pinza in «Non più andrai», dalle Nozze di Figaro di Mozart.

Registrazione distribuita su YouTube da Preiser Records. Non è stato verificato se si tratti della stessa incisione del disco fotografato.

La Regina della Notte · Un ricordo con Alice

Mozart — «Der Hölle Rache kocht in meinem Herzen»

Dal Flauto magico, l’aria della Regina della Notte interpretata da Diana Damrau. Un’altra pagina di Mozart che ha un posto particolare nei miei ascolti.

Video del canale ufficiale Royal Ballet and Opera.

Ricordo una sorpresa che mi rese molto felice: quando feci ascoltare quest’aria a mia nipote Alice, vidi che le piaceva moltissimo. Mi colpì e mi fece piacere che apprezzasse così tanto una musica alla quale ero affezionato.

Mi piacque pensare che qualcosa della mia sensibilità per la musica lirica fosse passato anche a lei. Un ascolto condiviso diventava così un piccolo incontro fra generazioni.

Le fotografie del disco di Ezio Pinza e il ricordo degli ascolti →

Una ventina di opere, battuta per battuta

Oggi posso dire con orgoglio di conoscere a memoria, battuta per battuta, almeno una ventina di opere.

Ci sono La traviata, Rigoletto e Il trovatore di Verdi; L’elisir d’amore, Don Pasquale e Lucia di Lammermoor di Donizetti; Il barbiere di Siviglia di Rossini; La bohème di Puccini e Carmen di Bizet. E poi Mozart: Don Giovanni e Il flauto magico, insieme ad altre opere che mi hanno accompagnato negli anni.

Il flauto magico lo imparai anche in tedesco: avevo studiato quella lingua in seminario, dai Gesuiti. Era un altro caso in cui qualcosa appreso allora tornava a trovare un posto nella mia vita.

Non era soltanto ricordare le arie più famose. Mi rimanevano dentro le scene, le risposte dei personaggi, il momento in cui una voce entrava e ciò che sarebbe accaduto subito dopo.

Le raccolte di opere liriche conservate da Luigi Loreti, con i cofanetti e i dischi sugli scaffali
Le edizioni delle opere che conservo: non soltanto una collezione di dischi, ma gli ascolti dai quali è nato questo percorso.

«Ciò che sai non te lo leva nessuno»

Mi torna in mente l’insegnamento di quel padre gesuita: «Ciò che sai non te lo leva nessuno; ciò che hai te lo possono levare tutti». Ne ho parlato anche nel racconto dei miei anni in collegio.

Imparare un’opera a memoria significava anche possederla, ma in un senso diverso dal possesso dei dischi. Potevo sentirla nei momenti di solitudine, richiamare una scena, accompagnarmi con una musica anche senza avere nulla da far suonare.

Oppure potevo cantarla a squarciagola durante un viaggio solitario in automobile. Non il solito esempio del cantare sotto la doccia: penso proprio a quei viaggi nei quali ero solo, ma avevo con me voci, personaggi e intere scene.

I dischi erano sullo scaffale. L’opera, ormai, viaggiava con me.

Cantare le opere al timone

Quelle opere mi accompagnavano anche in barca. In questo video mi hanno ripreso mentre cantavo al timone: un piccolo ricordo di come la musica facesse parte della mia vita, anche durante la navigazione.

Un ricordo in barca, tra vela e opera lirica. Apri il video separatamente.

Il ricordo dei Gesuiti e della biblioteca →

Quando la vita quotidiana risponde cantando

A forza di ascoltare, l’opera era diventata anche un linguaggio quotidiano. Una frase, una situazione o una parola potevano farmi venire spontaneamente in mente un motivo.

Quando suonano alla porta, per esempio, mi torna il passaggio della Traviata in cui viene annunciato un signore e Violetta si domanda se sia quello che attende: la scena dell’arrivo di Germont. Mi viene naturale accennarla cantando.

Non devo cercare la citazione: arriva da sola. È come se certe situazioni avessero già una risposta musicale pronta nella memoria. E così mi ritrovo spesso a canticchiare un motivo quando sento qualcosa che mi rimanda a un’opera.

La musica ridotta a uno slogan

Conoscere quei brani così intimamente significa anche soffrire, qualche volta, per come vengono usati. Penso a certe pubblicità che prendono una musica meravigliosa e la riducono a un richiamo per vendere qualcosa.

È una mia insofferenza personale: trovo particolarmente sgradevoli alcuni usi pubblicitari dell’Inno alla gioia della Nona di Beethoven. Una musica alla quale associo un mondo intero finisce, nel messaggio pubblicitario, per essere legata a un prodotto.

Non mi disturba che una musica raggiunga tante persone: è proprio ciò che desidero. Mi disturba quando il suo significato viene schiacciato su uno slogan, fino a farci ricordare il prodotto prima della musica.

Per me condividere un’opera e ridurla a una scorciatoia pubblicitaria non sono la stessa cosa.

La bellezza, oltre una classifica

Al di là dei ricordi personali, resta la grandezza di queste opere: la trilogia verdiana, l’incontro fra Mozart e Da Ponte, la scena della pazzia di Lucia di Lammermoor. Non riesco a ridurle a una graduatoria.

In certi momenti mi colpisce la voce, in altri il rapporto con l’orchestra, in altri ancora la forza con cui parole e musica fanno esistere un personaggio. Non cerco un vincitore: cerco di ascoltare ciò che ogni pagina sa esprimere.

Il colloquio alla FATME-Ericsson

A questo proposito ricordo un episodio curioso. Appena diplomato in elettronica, fui chiamato dalla FATME-Ericsson per un colloquio. Avevo la media dell’otto e venni assunto subito, ma il colloquio non riguardò soltanto l’elettronica.

Le questioni tecniche occuparono una parte piuttosto breve. Poi il mio interlocutore mi domandò quali fossero i miei interessi. Tra gli altri, gli parlai dell’opera lirica.

Mi chiese quale considerassi la più bella scena o pagina di canto femminile. La mia risposta fu, più o meno, questa: a parte Casta diva, della quale si parlava già tanto, per me la scena della pazzia di Lucia era una delle più belle. Ma come escludere la Regina della Notte del Flauto magico? E Sempre libera degg’io dalla Traviata?

Non sapevo scegliere. Non c’era una pagina da dichiarare semplicemente più bella e un’altra più brutta: erano espressioni diverse della bellezza del canto.

Il colloquio si concluse con un «Va bene, lei è assunto». Non voglio dire che bastasse parlare d’opera per essere assunti: ricordo, piuttosto, la sorpresa di una conversazione così lontana da quella che mi ero aspettato.

Eppure, dopo due giorni me ne andai. Il lavoro di fabbrica non era per me. Anche questo episodio fa parte della storia che racconto nelle mie memorie.

L’elettronica e la scelta di continuare a studiare →

Una compagnia che non si consuma

Le opere imparate a memoria non sono rimaste un esercizio. Sono diventate una compagnia, un repertorio di emozioni e un modo di reagire a ciò che incontro.

Posso tornare a un disco, ascoltare un’altra interpretazione e scoprire qualcosa di nuovo. Ma posso anche ritrovare tutto questo senza accendere nulla, soltanto perché una frase mi ha fatto riaffiorare una scena.

È un altro modo di intendere la musica come qualcosa che non si esaurisce nel possesso: imparandola, l’ho fatta entrare nella mia vita. E raccontandola, provo a condividerla.