Un racconto in prima persona
Giocare per imparare, esplorare, capire
Il gioco non è soltanto una caratteristica umana. Anche gli animali, soprattutto da piccoli, giocano: sperimentano, provano comportamenti, imparano a conoscere ciò che li circonda.
È da questa idea che nasce il mio modo di vedere il gioco: non soltanto un passatempo, ma un’occasione di apprendimento e di esplorazione. Un modo per scoprire possibilità, mettere alla prova un’idea e trovare nuovi spunti di riflessione.
I giochi che inventavo dentro di me
Da piccolo non ho giocato molto. In collegio e in seminario il gioco era spesso considerato una perdita di tempo. Così giocavo dentro di me: inventavo situazioni, ruoli e numeri con cui costruire un mio spazio di libertà.
Un salesiano mi fece scoprire gli scacchi, che divennero subito una passione. Le carte, invece, no: quelle erano considerate strumenti del diavolo. Una volta ci scoprirono a giocare e noi ragazzi ricevemmo una punizione molto severa, come purtroppo era uso a quei tempi.
Il foglio del destino e le quaranta carte
Ricordo ancora una predica del priore. Raccontò che il destino del mondo era scritto su un grande foglio, che il diavolo aveva spezzato in quaranta parti, trasformandole nelle carte da gioco.
Da allora, secondo quel racconto, i giocatori cercavano di ricomporre il foglio giocando a carte, ma finivano sempre per perdersi nel male.
Boh… mi domando ancora oggi se fosse una storia da raccontare a dei ragazzi. A me è rimasta impressa, ma la curiosità per il gioco non è scomparsa.
A Fisica, la biblioteca “chiacchierata” e il bridge
All’università, a Fisica, al secondo piano c’erano due biblioteche: una silenziosa e una che chiamavamo “chiacchierata”. Nella seconda ci si incontrava, si parlava, si discuteva e si giocava anche a carte.
Fu lì che conobbi il bridge. Lo giocavano molti studenti e professori di Fisica, e mi appassionò perfino più degli scacchi: diventò il mio gioco preferito.
Cominciai a studiare sistemi di dichiarazione e tecniche di gioco della carta: impasse, squeeze e tutte quelle situazioni che i giocatori di bridge conoscono bene. Mi piaceva cercare la mossa migliore, ragionare sulle informazioni disponibili e capire come una scelta potesse aprire o chiudere possibilità.
Una famiglia di giocatori
Mi sposai presto, a ventitré anni. Nella famiglia di mia moglie si giocava a poker e a tressette, e scoprii un altro ambiente nel quale le carte erano un’occasione per stare insieme e confrontarsi.
Accanto alla fisica, alla musica e alla vela c’era dunque anche il gioco: una sfida intellettuale, una ricerca della decisione migliore, ma anche un’esperienza fatta di persone e di momenti condivisi.
Gli anni passarono tra tornei di bridge, tornei di scacchi e partite a tressette a chiamare. Ogni gioco aveva un linguaggio e un modo diverso di mettere alla prova il ragionamento.
Poi arrivò il burraco
A un certo punto arrivò in casa il burraco. Non lo conoscevo e vedevo che, nelle nostre compagnie, lo giocavano soprattutto le signore. All’inizio lo consideravo un gioco di pura fortuna e con poca strategia, almeno se confrontato con il bridge.
Poi cominciai a giocarci anch’io — ormai si giocava quasi soltanto a quello! — e il mio sguardo cambiò. Iniziai a osservare le scelte, a confrontare le alternative e a studiarlo dal punto di vista strategico.
Da quel primo giudizio un po’ sbrigativo nacque una nuova curiosità. Non mi bastava più giocare una mano: volevo capire perché una scelta potesse essere preferibile a un’altra e quali conseguenze avesse per la coppia.
Dal tavolo al programma
Alla fine realizzai un programma e un sito dedicati allo studio del burraco. Era un modo di mettere insieme due mie passioni: il gioco come ricerca e la progettazione di strumenti che aiutano a ragionare.
Così è nato l’Allenatore di Burraco. Non per promettere la mossa perfetta, ma per rendere le decisioni osservabili, confrontabili e discutibili.
Giocare è il mezzo. Capire è l’obiettivo.
